Si pubblica il testo del ricorso presentato presso la Suprema Corte di Cassazione ex art. 391 bis c.p.c. e 363 c.p.c., per la revocazione della sentenza della Corte di Cassazione n. 9887/2016, della I sezione civile della Corte di Cassazione, depositata in data 13 maggio 2016, presentato dagli avvocati Luca Petrucci e Francesco Rosi, con due distinti ricorsi,  in favore dei rispettivi gruppi di assistiti. Il ricorso è stato notificato al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, della Liquidazione giudiziale dei beni della Federconsorzi e nei confronti del Commissario Governativo della Federconsorzi . Vi aggiorneremo sull’evoluzione del giudizio.

ECC.MA  CORTE DI CASSAZIONE

Ricorso ex art. 391 bis c.p.c. e 363 c.p.c.

Per i signori:

 

rappresentati e difesi dagli Avv.ti – recapiti fax      – pec–     ed elettivamente domiciliati presso il suo Studio in Roma Via      come da procura speciale in calce al presente atto

Contro

Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, in persona del Ministro p.t.,

e nei confronti

della liquidazione giudiziale dei beni ceduti ai creditori della federazione italiana dei consorzi agrari, in persona del liquidatore pro-tempore;

del commissario Governativo della Federazione Italiana dei Consorzi agrari in persona del Commissario pro-tempore;

Per

La revocazione della sentenza della Corte di Cassazione n. 9887/2016, della I sezione civile della Corte di Cassazione, depositata in data 13 maggio 2016

Fatto

1.- Si deve premettere che i ricorrenti sono tutti ex dipendenti della Federazione Italiana dei Consorzi Agrari (detta anche Federconsorzi) e di alcune società da quest’ultima controllate, che a seguito del Commissariamento, sono stati licenziati, mentre sarebbe potuti, per gran parte di loro, essere ricollocati nella società Agrisviluppo s.p.a., che come all’epoca imposto dal Tribunale Fallimentare in sede di omologa del concordato, sarebbe dovuta essere ricapitalizzata, dagli assuntori del concordato stesso (SGR s.p.a.), e avrebbe dovuto reintegrare più di 500 ex dipendenti della stessa Federconsorzi.

Di fatto poi la SGR s.p.a. non ha più finanziato detta Società ed il Commissario Governativo, che all’epoca ricopriva anche la funzione di Commissario liquidatore (che firmò l’atto quadro di cessione in massa di tutti i beni, nella duplice veste), avrebbe dovuto vigilare sulla corretta esecuzione degli accordi assunti e quindi sulla ricapitalizzazione della Società Agrisviluppo s.p.a. e il contestuale trasferimento del personale (fatti accertati dalla sentenza del Tribunale penale di Perugia del 29 settembre 2002 – 10 febbraio 2003).

Sulle base di tali presupposti gli ex dipendenti della Federconsorzi hanno citato in giudizio il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali ed il Ministero dell’Economia per il risarcimento del danno subito.

E’ stato, quindi, avviato il giudizio da parte degli attuali ricorrenti e l’adito Tribunale civile di Roma sez. II rg 29111/2004, ha disposto CTU che è stata espletata, nei termini di legge, con la partecipazione, in contraddittorio, del  consulente di parte nominato dalle Amministrazioni delle Politiche Agricole e dell’Economia, che ha aderito alle risultanze finali dei CCTTUU, perizia, quest’ultima, che è rimasta incontestata.

Nel frattempo il Ministero delle Politiche Agricole ha emanato decreto n. 11109 del 9 dicembre 2010, provvedendo, al contempo, a nominare un nuovo Commissario governativo della Federconsorzi, conferendogli il compito di definire in via transattiva il contenzioso avviato, nel frattempo dagli ex dipendenti della Federconsorzi nei confronti dei Ministeri delle Politiche Agricole e dell’economia

Quest’ultimo DM del 9 dicembre 2010, ha individuato, quindi, come provvista per il pagamento della transazione i crediti riferiti agli ammassi, ancora vantati dalla Federconsorzi in  concordato omologato, rimasti in capo alla stessa Federconsorzi in quanto rientranti nella contabilità separata dello Stato (come espressamente richiamato dal medesimo DM 9 .12.2010) [1]. Quei valori sono stati identificati peraltro dal legislatore con il   comma 6 dell’art. 12 D.L. n. 16 del 2012 convertito con L. n. 44 del 2012 [2]. Tanto è vero che gli attuali ricorrenti in data 29 aprile 2013 hanno raggiunto un accordo transattivo con il Commissario Governativo proprio in ragione del contenuto del dell’art. 12 comma 6, del  D.L. n. 16 n. 2012.

In detto accordo le parti hanno rinunciato al giudizio pendente presso il Tribunale civile di Roma rg 29111/04

In detto accordo transattivo è stato definito che, l’importo dovuto in favore degli ex dipendenti della Federconsorzi e delle società controllate, di cui al contenzioso in questione, ammontava  “in una misura pari al 33% (trentatre per cento) del complessivo valore accertato dalla sopra richiamata CTU disposta nel giudizio pendente presso il Tribunale civile di Roma RG 29111/04.>>.

Sottoscritta la transazione, il Tribunale civile di Roma con sentenza n. 24512/2013 del 6 dicembre 2013, ha disposto la cessazione della materia del contendere.

Pertanto, in ragione di detto contratto transattivo le attuali parti ricorrenti ex dipendenti della federazione italiana dei consorzi agrari  sono interessate ad agire in surroga ex art. 2900 c.c. dei poteri del Commissario Governativo della Federazione dei Consorzi Agrari al fine di tutelare il credito vantato nel presente giudizio dal Commissario Governativo nei confronti del Ministero delle politiche agricole e forestali, al fine di vedersi applicato, in sede di esecuzione della transazione, il comma 6 del D. L. n. 16 del  2012.

2.- Appare opportuno ricostruire in breve i fatti del presente giudizio che risale al 1992, quando la Federazione Italiana dei Consorzi agrari con atto di citazione del 28 dicembre 1992, avanzato dinanzi al Tribunale  civile di Roma ha convenuto in giudizio l’allora Ministero delle Politiche agricole chiedendo il pagamento dell’importo di 463 milioni di lire, oltre ad interessi convenzionali nella misura del T.U.S. maggiorato del 4,40 % con capitalizzazione semestrale, per crediti maturati nei confronti dello Stato a titolo di compenso per attività di gestione degli ammassi obbligatori di cereali effettuati dai consorzi agrari nel secondo dopoguerra.

Si costituiva in giudizio il Ministero chiedendo il rigetto della domanda; interveniva, in seguito, la Liquidazione giudiziale dei beni della Federazione Italiana dei Consorzi Agrari a seguito dell’omologa del concordato preventivo in adesione alle richieste del Commissario governativo.

Il Tribunale di Roma, con sentenza dell’8 novembre 2001 n. 10027/2002 rigettava le domande attrici perché inammissibili, sul presupposto che la Federconsorzi nella gestione degli ammassi aveva svolto unitamente ai consorzi agrari “funzioni di organi indiretti del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste (…)”. Pertanto è secondo il Tribunale la soluzione del pagamento sarebbe dovuta essere disposta  “nell’ambito del rapporto interno o interorganico tra Federconsorzi e Stato”.

Avverso quest’ultima sentenza del Tribunale civile di Roma hanno proposto appello la Federconsorzi in persona del Commissario Governativo, nonché la liquidazione giudiziale dei beni ceduti ai creditori, mentre il Ministero delle Politiche agricole ha proposto appello incidentale.

Con sentenza n. 5020 del 2004, la Corte di Appello di Roma ha accolto la domanda delle parti appellanti affermando che “il credito di spettanza della Federconsorzi è dunque di complessive L. 991.135.946.282 pari a € 511.878.997,39 considerando gli interessi dovuti al saldo a tiolo di interessi al TUS maggiorato del 4,40% con capitalizzazione semestrale degli stessi per il periodo dal 5 luglio 1991 al 20 giugno 2004”.

La sentenza della Corte di Appello di Roma è stata poi annullata dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 26159/97 del 13 dicembre 2007, che ha rinviato la causa nuovamente dinanzi alla Corte d’appello. di Roma per difetto di motivazione in ordine alla identificazione delle fonti che avrebbero dovuto definire il computo del tasso di interesse moratorio applicato.

Il giudizio è stato riassunto dinanzi alla Corte di Appello di Roma dal Commissario Governativo della Federconsorzi con atto del 18 aprile 2008.

La Corte di Appello, con decisione n. 4699/2010 dell’11 novembre 2010 confermava il credito nella misura di “euro 511.878.997,39, oltre gli ulteriori interessi pari al tasso ufficiale di sconto  aumentato del 4,40% capitalizzato semestralmente maturato e maturando dal 1° luglio 2004 fino alla data dell’effettivo pagamento”, svolgendo una puntuale disamina delle ragioni e dei presupposti normativi sulla cui base detto importo è stato quantificato.

Contro quest’ultima sentenza il Ministero delle Politiche agricole ha proposto ricorso per Cassazione datato 23 dicembre 2011. Nella sostanza, come viene spiegato dalla difesa erariale nell’atto di ricorso “l’Amministrazione intende contestare con il presente ricorso (primo e secondo motivo) unicamente il riconoscimento della spettanza a Federconsorzi della capitalizzazione semestrale, in quanto violativa dei principi in tema di anatocismo. Viene inoltre riproposta (con il terzo motivo), in via subordinata, la tesi dell’applicabilità ai crediti in questione del tasso di interesse previsto dall’art. 8 della legge n. 410/1999”.

Nel frattempo, il Governo emanava, nell’ambito del D. L. n. 16 del 2012, convertito poi in legge n. 44 del 26 aprile 2012, l’art. 12 sesto comma con il seguente tenore : “6. I crediti derivanti dalle gestioni di ammasso obbligatorio e di commercializzazione dei prodotti agricoli nazionali, svolte dai consorzi agrari per conto e nell’interesse dello Stato, diversi da quelli estinti ai sensi dell’articolo 8, comma 1, della legge 28 ottobre 1999, n. 410, come modificato dall’articolo 130 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, quali risultanti dai rendiconti approvati con decreti definitivi ed esecutivi del Ministro dell’agricoltura e delle foreste e registrati dalla Corte dei conti, che saranno estinti nei riguardi di coloro che risulteranno averne diritto, nonché le spese e gli interessi maturati a decorrere dalla data di chiusura delle relative contabilità, indicata nei decreti medesimi, producono interessi calcolati: fino al 31 dicembre 1995 sulla base del tasso ufficiale di sconto maggiorato di 4,40 punti, con capitalizzazione annuale; per il periodo successivo sulla base dei soli interessi legali.”.

Tanto è vero l’Avvocatura dello Stato con memoria del 20 novembre 2013 ha rappresentato alla Corte di Cassazione la sopravvenuta emanazione da parte del Governo e la successiva conversione da parte del Parlamento della sopra richiamata normativa e pertanto, quale ius superveniens, la Corte di Cassazione avrebbe dovuto prendere atto di detta disposizione legislativa e disporre la cessazione della materia del contendere.

La Corte di Cassazione in ragione dell’eccezione formulata dalla difesa della liquidazione giudiziale secondo la quale lo ius superveniens avrebbe potuto costituire una violazione della normativa comunitaria cui alla direttiva 2000/35/CE e 2011/7/UE, con ordinanza interlocutoria n. 4801/2014 del 20 febbraio 2014, assunta a seguito dell’udienza del 28 novembre 2013, ha rinviato in via pregiudiziale la questione alla Corte di Giustizia di accertare con il fine di verificare “la compatibilità con le norme comunitarie del sesto comma dell’art. 12 del d.l. 2 marzo 2012 convertito con L. 26 aprile 2012, n. 44”, disponendo il seguente provvedimento “La Corte , letti l’art. 267 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea e l’art 295 c.p.c., chiede alla corte di Giustizia dell’Unione Europea di pronunciarsi in via pregiudiziale interpretativa sulle questioni indicate in motivazione, ordina la sospensione del processo”.

In questa ordinanza, infatti, la stessa Corte ha posto il problema dello ius superveniens, come elemento dirimente della fattispecie  in contestazione, affermando nell’ambito della propria motivazione (pag. 12) “Ne consegue l’applicabilità alla fattispecie dell’art. 12, sesto comma, della predetta legge n. 16/2012, che disciplina in modo inscindibile, sotto i profili del saggio e dell’anatocismo, il calcolo degli interessi dovuti dallo Stato sui crediti dei Consorzi agrari, anche se ceduti ad altri soggetti . Si deve ulteriormente premettere che la disciplina dettata dalla legge n. 16/2012 si sovrappone non semplicemente al regolamento della controversia, come dettato dalla impugnata sentenza della Corte di Appello, ma alla situazione di incertezza determinata dal ricorso”.

Sulla base di detti elementi la Corte di Cassazione in modo chiaro afferma, sempre nella medesima ordinanza (pag. 19) che “Nessun dubbio sussiste, poi, sulla rilevanza della questione, poiché, ove l’interpretazione delle norme comunitarie fosse tale da non comportare l’obbligo di disapplicazione, la controversia per cui è causa dovrebbe essere regolata dall’art. 12, comma sesto, del d.l. n. 16/2012”.

Nella medesima ordinanza codesta Suprema Corte rappresenta che “dovendosi accertare la compatibilità, con le norme comunitarie, del sesto comma dell’art. 12 del d.l. 2 marzo 2012, n. 16, convertito con legge 26 aprile 2012, n. 44, (…) si sottopongono alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea i seguenti quesiti:

1) se il rapporto di mandato ex lege intercorrente tra l’Amministrazione statale ed i Consorzi agrari (rapporto dal quale è nato il credito successivamente ceduto dai Consorzi alla Federconsorzi e da questa ai suoi creditori nell’ambito di una procedura concorsuale) per l’approvvigionamento e la distribuzione di prodotti agricoli, quale risultante dal d. lgs. n. 169/1948 e dalla legge n. 1294/1957, rientri nella definizione di transazione commerciale, come definita dall’art. 2 della Direttiva 2000/35/CE e dall’art. 2 della Direttiva 2011/7/UE; 2) nel caso di positiva risposta al quesito sub 1, se l’obbligo di recepimento delle Direttive 2000/35/CE (art. 6 par. 2) e 2011/7/UE (art. 12 par. 3), con la possibilità di lasciare in vigore norme più favorevoli, implichi l’obbligo di non mutare in peius, o addirittura escludere, il tasso di mora applicabile ai rapporti già in corso al momento della entrata in vigore delle Direttive;

3) nel caso di positiva risposta al quesito sub 2, se l’obbligo di non mutare in peius il tasso di mora applicabile ai rapporti già in corso debba essere valutato come operante rispetto ad una regolazione unitaria degli interessi, che preveda fino ad un certo momento (nella specie dal 31 gennaio 1982 al 31 dicembre 1995) il riconoscimento di un saggio extralegale e di una capitalizzazione, sia pure annuale e non semestrale come richiesta dal creditore, e dopo il predetto momento soltanto la corresponsione di un interesse legale, con una disciplina, che, attesi gli estremi della controversia in atto (v. sopra punto 3), non è necessariamente sfavorevole per il creditore; 4) se l’obbligo di recepimento delle Direttive 2000/35/CE (art. 6) e 2011/7/UE (art. 12), nella parte in cui, in relazione alla proibizione dell’abuso della libertà contrattuale in danno del creditore, prevedono, rispettivamente agli artt. 3, par. 3, e 7, l’inefficacia di clausole contrattuali o prassi inique, implichi il divieto per lo Stato di intervenire con norme che, con riferimento a rapporti di cui lo Stato è parte e che sono in corso al momento di entrata in vigore delle Direttive, escludano la corresponsione di interessi moratori; 5) nel caso di positiva risposta al quesito sub 4, se l’obbligo di non intervenire in rapporti in corso, e nei quali lo Stato sia parte, con norma di esclusione degli interessi di mora sia operante rispetto ad una regolazione unitaria degli interessi, che preveda fino ad un certo momento (nella specie dal 31 gennaio 1982 al 31 dicembre 1995) il riconoscimento di un saggio extralegale e di una capitalizzazione, sia pure annuale e non semestrale come richiesta dal creditore, e dopo il predetto momento soltanto la corresponsione di un interesse legale, con una disciplina, che, attesi gli estremi della controversia in atto (v. sopra punto 3), non è necessariamente sfavorevole per il creditore”.

La Corte di giustizia dell’Unione Europea,sez. VIII con sentenza in data 26/2/2015 (causa C. 104/14),  si è pronunciata affermando  non vi è violazione dei principi comunitari nel comportamento assunto dallo Stato Italiano con l’emanazione dell’art. 12, comma sesto, del d.l. n. 16/2012, perché attinente a contratti antecedenti al 2000.

La Corte di Cassazione, in ragione a quanto dalla stessa affermato nella ricordata ordinanza interlocutoria di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia ai fini della compatibilità della richiamata norma comma 6 art. 12 D. L. n. 16 del 2012  ai principi  dell’ordinamento Comunitario, avrebbe dovuto decidere in ragione di detto ius superveniens e quindi dichiarare cessata la materia del contendere in ragione dell’applicazione proprio di quest’ultima normativa, come peraltro richiesto dalla difesa erariale.

Invero, ritornato il giudizio in decisone, la Corte di Cassazione, decidendo definitivamente la controversia con sentenza n. 9887/2016, ricostruendo i fatti omette completamente, chiaramente per errore in fatto, il contenuto dell’ordinanza interlocutoria n. 4801/2014 del 20 febbraio 2014, il contenuto della richiamata sentenza della Corte di Giustizia,  l’esistenza come ius superveniens della norma cui al comma 6 art. 12 D. L. n. 16 del 2012.

Si legge nella sentenza della Corte di Cassazione n. 9887/2016:

Questa Corte, con Ordinanza interlocutoria in data 28 novembre 2013, ha disposto rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ai sensi dell’art. 267 T.F.U.E. sull’eventuale violazione della Direttiva 2000/35/CE, in ordine alla lotta contro i ritardi di pagamento nella transazioni commerciali, e ha sospeso il giudizio”. Ma come visto la Corte di Cassazione, per chiaro errore, omette di rappresentare che la verifica alla Corte di Giustizia richiesta è stato fatto proprio in riferimento al richiamato ius superveniens.

E’ chiaro l’errore in cui incorre la Corte di Cassazione. Codesta Suprema Corte sostiene che non vi sono norme che disciplinano i tasso di interesse, così come, al contrario, affermato dalla sentenza della Corte di Appello di Roma con la sentenza n. 4699/2010, e per evidente errore omette l’applicazione dello ius supeveniens cui l’art. 12, comma sesto, del d.l. n. 16/2012, che espressamente va a disciplinare la specifica fattispecie i questione.

Pertanto, proprio in ragione di tale errore in fatto si chiede a codesta Ecc.ma Corte di Cassazione di voler revocare la sentenza n. 9887/2016, ex art. 395 c.p.c. n. 4 per i seguenti

motivi in diritto

1.- Legittimazione ad agire ed interesse ad agire.

Prima di rappresentare i motivi in diritto sulla cui base si assume la fondatezza del presente ricorso per revocazione, si vuole evidenziare la legittimazione ad agire sulla cui base il ricorrente ha avviato il presente giudizio di revocazione.

Invero, questi ultimi agiscono in via surrogatoria, ex art. 2900 c.c., del Commissario Governativo della Federazione Italiana dei Consorzi Agrari in ragione dell’accordo transattivo firmato in data 29 aprile 2013.

Al riguardo, come è stato evidenziato nella ricostruzione in fatto, l’accordo transattivo trova la sua fonte nel DM del Ministero delle Politiche agricole n. 11109 del 9 dicembre 2010. Con quest’ultimo decreto conferisce al Commissario governativo tra l’altro l’esecuzione dei seguenti compiti:

Il Commissario procede alla ricognizione del contenzioso pendente ed in particolare di quello nei confronti del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali in ordine ai crediti derivanti dalla rendicontazione della gestione degli ammassi dei prodotti agricoli, nonché il contenzioso promosso dagli ex dipendenti della Federazione Italiana dei consorzi agrari e di alcune società da essa controllate, con il compito di definire, anche in via transattiva, i predetti contenziosi”.

Subito dopo l’emanazione del comma 6, art. 12 del d. l. n. 16 del 2012, convertito in L. n. 44 del 2012, il Commissario Governativo, avendo come riferimento quest’ultima norma, che è andata a disciplinare il computo degli interessi da calcolare sull’ammontare della rendicontazione della  gestione degli ammassi, ha potuto definire con i ricorrenti l’accordo transattivo che è stato quantificato nella percentuale del 33% della CTU che nel frattempo era stata espletata nel giudizio pendente presso il Tribunale civile di Roma RG 29111/04.

Il Commissario, infatti, aveva potuto definire detto accordo considerando che con l’entrata in vigore della predetta norma, il contenzioso in essere, riferito alla quantificazione del valore economico della gestione degli ammassi, fosse oramai definito, e quindi stante la sussistenza dello ius superveniens, sarebbe stata ineluttabile la decisone della Corte di Cassazione di cessata materia del contendere. Del resto anche i ricorrenti hanno accettato detta soluzione transattiva in quanto la richiamata norma aveva dato certezza in ordiene al pagamento della transazione stessa, atteso che il DM del 9 dicembre 2010 aveva previsto che la transazione avesse come fonte economica proprio il valore dall’importo dovuto dal Ministero delle Politiche agricole alla Federconsorzi a titolo di gestione degli ammassi obbligatori oggetto di contenzioso.

Questo scenario è mutato radicalmente con la sentenza in questa sede in contestazione atteso che la definizione del contenzioso come disposto dalla Corte di Cassazione con la contestata sentenza n° 9887/2016, ha determinato uno stato di assoluta ed ingiustificata incertezza in ordine a detto valore, atteso che l’importo che deriverebbe dal contenuto di quest’ultima sentenza sarebbe di gran lunga inferiore a quello previsto dalla richiamata norma contenuta nel D.L. 16/2012. Invero, da una parte la transazione, definita tra il Commissario governativo e gli attuali ricorrente, viene regolata da una specifica norma contenuta nel vigente comma 6, art. 12 del d. l. n. 16 del 2012, convertito in L. n. 44 del 2012; dall’altra parte una sentenza della Corte di Cassazione che affronta la questione espressamente regolata da quest’ultima norma, ma che quest’ultimo giudice, in ragione di un vero e proprio abbaglio, omette di applicarla andando a decidere la fattispecie in modo opposto a come regolato dalla legge stessa, riducendo enormemente l’importo dovuto alla Federconsorzi tanto da non poter soddisfare minimamente le previsioni indicate in detto accordo transattivo.

Sentenza che viene a costituire un danno diretto ai ricorrente che definiscono, come detto transattivamente una controversia, ad un valore molto basso, ovvero al 33% della perizia disposta dal Tribunale civile di Roma nel giudizio successivamente rinunciato in sede di transazione, in ragione proprio dell’esistenza della norma che gli avrebbe dato la certezza del pagamento della transazione sottoscritta.

In altri termini, i ricorrenti sono stati indotti a sottoscrivere la transazione e ridurre sensibilmente i valori della transazione, proprio in ragione del contenuto della richiamata legge, che non poteva non essere applicata dalla Corte di Cassazione quale ius superveniens che avrebbe portato ad una sentenza di cessazione della materia del contendere rispetto al contenzioso in essere.

Pertanto, sussistono nel caso in questione tutti i presupposti affinchè venga ritenuto ammissibile il presente ricorso dei ricorrenti , creditori in surroga dei diritti e delle prerogative del Commissario Governativo debitore, il quale aveva l’obbligo di dover preservare i valori economici e le aspettative derivanti dall’applicazione della legge – comma 6, art. 12 del d. l. n. 16 del 2012, convertito in L. n. 44 del 2012 – atteso il grave depauperamento economico che al contrario verrebbe a determinarsi in capo ai medesimi ricorrenti, se fosse data applicazione alla sentenza n. 9887/2016, e comunque il grave stato di incertezza che si verrebbe ad applicare in sede di esecuzione della transazione.

Invero l’art. 2900 comma 1° espressamente prevede che «Il creditore, per assicurare che siano soddisfatte o conservate le sue ragioni, può esercitare i diritti e le azioni che spettano verso i terzi al proprio debitore e che questi trascura di esercitare, purché i diritti e le azioni abbiano contenuto patrimoniale e non si tratti di diritti o di azioni che, per loro natura o per disposizione di legge, non possono essere esercitati se non dal loro titolare». Del resto la giurisprudenza ha costantemente affermato che “Sebbene, ai fini della proposizione dell’azione surrogatoria, il diritto del debitore, in cui il creditore si surroga, deve avere natura patrimoniale, non è tuttavia necessario che il risultato patrimoniale consegua in modo immediato e diretto dall’esercizio dell’azione, essendo sufficiente che questo produca, attraverso la conservazione e la difesa del diritto, effetti patrimoniali, anche se mediati e indiretti, idonei a legittimare il creditore ad agire in sostituzione del titolare” (App. Milano, 18-04-2000).

Nel caso in specie i ricorrenti sono tutti creditori del Ministero delle Politiche agricole in ragione del contratto di transazione stipulato con il Commissario Governativo in ottemperanza del DM 9 dicembre 2010 sopra richiamato.

Vi è al riguardo l’inerzia del Commissario che, a quanto consta, non risulterebbe che abbia adito codesta Corte di Cassazione al fine di richiedere la revocazione per errore di fatto ex art. 395 n. 4 per non aver applicato una norma vigente, comma 6 art. 12 d. l. 16 del 2012, espressamente richiamata dalla difesa erariale quale ius superveniens peraltro vagliata, su richiesta della medesima Suprema Corte di Cassazione, da parte della Corte di Giustizia ai fini della sua compatibilità con ordinamento comunitario. Risulta chiaro che l’inerzia del Commissario è tale da incidere sul bene della vita dei creditori ricorrenti che ha natura patrimoniale, scaturente dal contenuto dell’accordo transattivo e, quindi, dalla somma di denaro che ciascun ricorrente ha definito con il Commissario in ragione del valore  scaturente per ciascuno di essi dalla CTU.

2.- Violazione dell’art. 395 c.p.c., n.4) per essere incorsa la Corte di Cassazione nella sentenza in contestazione nell’errore in fatto  dichiarndo l’inesistenza di una legge in tema di capitalizzazione degli interessi con riferimento ai crediti maturati dalla ricorrente nei confronti del Ministero, in realtà esistente D.l. 16/2012, convertito in L. 44/2012 quale ius superveniens.

L’art. 395 c.p.c. n.4) afferma che “se la sentenza è l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa. Vi è questo errore quando la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita, e tanto nell’uno quanto nell’altro caso se il fatto non costituì un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunciare”.

Come è ricostruito nella parte in fatto, della presente fattispecie, risulta evidente che l’errore cui è incorsa la Corte di Cassazione, nel non identificare la norma regolatrice della quantificazione degli interessi dovuti dallo Stato alla Federconsorzi in bonis, in modo specifico nell’ambito della previsione cui al richiamato art. 395 c.p.c. n. 4

Invero, si legge a pagina 5 della sentenza in contestazione n. 9887/2016 “Questa Corte, nella sentenza di rinvio sopra indicata, chiedeva alla Corte di merito di individuare le eventuali fonti normative che, per quanto qui interessa, giustificassero l’anatocismo degli interessi, in palese violazione dell ‘art. 1283 c.c., come da giurisprudenza consolidata (tra le altre Cass. S. U n. 24498/2010; Cass. N. 19314/15). E’ appena il caso di precisare che, ai sensi del predetto articolo, gli interessi potrebbero produrre interessi, per effetto di convenzioni successive alla scadenza e che comunque eventuali convenzioni o transazioni tra la Federconsorzi e le Banche (ciò che non ha costituito oggetto di dibattito nella presente fase di giudizio) non potrebbero certo vincolare la volontà dello Stato, in assenza di uno specifico atto normativo.”

Invero come è stato più volte evidenziato, codesta Corte  Cassazione si pronuncia sostenendo che in assenza di specifica norma, non si può dare luogo alla capitalizzazione degli interessi e al conseguente anatocismo. Invero, la Suprema Corte omette di considerare l’esistenza del D.L. n. 16/2012 art.12 sesto comma, norma che è andata, come visto, a disciplinare il computo degli interessi per somme dovute in ragione degli ammassi.

Risulta evidente che codesta Corte di Cassazione ha avuto evidenza di detta norma su espressa indicazione fatta dalla difesa erariale quale ius superveniens, che ne aveva chiesto la sua diretta applicazione.

Emerge con tutta evidenza, come, a fondamento della pronuncia in questa sede in contestazione, vi sia il macroscopico abbaglio in cui è caduto il giudicante, consistente nell’erronea supposizione della inesistenza di una legge, in tema di capitalizzazione degli interessi derivanti dai crediti maturati dalla Federconsorzi nei confronti del Ministero, che possa trovare applicazione al caso di specie.

La costante giurisprudenza in materia di revocazione della sentenza cui all’art. 395 c.p.c. n. 4 ha chiarito nel tempo la distinzione tra giudizio di fatto e di diritto ai fini dell’errore revocatorio.

In particolare è stato precisato che:

– per fatto e giudizio di fatto deve intendersi tutto ciò che attiene all’accertamento o alla ricostruzione della verità o della falsità di dati empirici (fatti o atti) rilevanti per il diritto, fatta eccezione per le modalità di applicazione delle eventuali norme relative ad ammissibilità ed assunzione di prove, ovvero a prove legali;

– per diritto e giudizio di diritto si deve avere riguardo a tutto quanto attiene all’applicazione di norme e cioè:

  1. all’individuazione o scelta della norma applicabile al caso concreto;
  2. all’interpretazione di tale norma, sia con riguardo alla fattispecie astratta, sia con riguardo al comando;
  3. all’individuazione o deduzione delle conseguenze da quella norma previste, con applicazione al caso di specie.

Su questa premessa, l’errore revocatorio “consiste allora in una falsa percezione della realtà, in un errore, cioè, obbiettivamente ed immediatamente rilevabile, che attiene all’accertamento o alla ricostruzione della verità o non verità di specifici dati empirici, idonei a dar conto di un accadimento esterno al processo, al quale un soggetto dell’ordinamento intende ricollegare effetti giuridici a sé favorevoli, all’esito della sua sussunzione entro una fattispecie generale ed astratta determinata: l’errore deve, allora, apparire di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità, senza che la sua constatazione necessiti di argomentazioni induttive o – meno che mai – di indagini o procedimenti ermeneutici” (Corte Cass. sentenza n. 23306 del 2016; Corte Cass sez. VI 6 giugno 2016, n.11530; Cass. Sez. Un., 10 agosto 2000, n. 561; tra le molte altre, per tutte: Cass. 1 marzo 2005, n. 4295; Cass., 18 settembre 2008, n. 23856; Cass. Sez. Un., 7 marzo 2016, n. 4413).

In altri termini è stato precisato che “l’errore di fatto previsto dall’art. 395 c.p.c., n. 4, idoneo a determinare la revocazione delle sentenze, comprese quelle della Corte di Cassazione, deve consistere in un errore di percezione risultante dagli atti o dai documenti della causa direttamente esaminabili dalla Corte (…) E quindi, deve: 1) consistere in una errata percezione del fatto, in una svista di carattere materiale, oggettivamente ed immediatamente rilevabile, tale da avere indotto il giudice a supporre la esistenza di un fatto la cui verità era esclusa in modo incontrovertibile, oppure a considerare inesistente un fatto accertato in modo parimenti indiscutibile; 2) essere decisivo, nel senso che, se non vi fosse stato, la decisione sarebbe stata diversa; 3) non cadere su di un punto controverso sul quale la Corte si sia pronunciata; 4) presentare i caratteri della evidenza e della obiettività, sì da non richiedere, per essere apprezzato, lo sviluppo di argomentazioni induttive e di indagini ermeneutiche. Sicché detto errore non soltanto deve apparire di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità, senza che la sua constatazione necessiti di argomentazioni induttive o di indagini ermeneutiche, ma non può tradursi, in un preteso, inesatto apprezzamento delle risultanze processuali, ovvero di norme giuridiche e principi giurisprudenziali: vertendosi, in tal caso, nella ipotesi dell’errore di giudizio, inidoneo a determinare la revocabilità delle sentenze della Cassazione” (fra le tante Cass. sez. un. 7217/2009, nonché 22171/2010; 23856/2008; 10637/2007; 7469/2007; 3652/2006; 13915/2005; 8295/2005).

Nel caso in specie la Corte con la sentenza in contestazione afferma che non è stata rinvenuta norma che potesse vincolare lo Stato ad una convenzione per il pagamento di interessi produttori a sua volta di ulteriori interessi. La norma in questione era già presente nel giudizio perché richiamata espressamente: dalla difesa erariale; dalla stessa Corte di Cassazione nell’ordinanza interlocutoria n. 4801/2014, che ha rinviato alla Corte di Giustizia dell’UE, ai fini della verifica di compatibilità dell’art. 12 comma 6 d.l. 16 del 2012 all’ordinamento comunitario.; dalla successiva sentenza della Corte di Giustizia del 26 febbraio 2015causa 104/14. Norma quest’ultima, considerata ius superveniens e applicabile al fine di definire il giudizio, che a dire della stessa Corte di Cassazione, in ragione della richiamata ordinanza interlocutoria, avrebbe portato alla certa definizione del giudizio con la cessazione della materia del contendere. Al contrario la Corte di Cassazione nella sentenza impugnata nel definire il giudizio, omette per errore, di considerare detta norma. Detto errore è decisivo per la definizione del giudizio, in quanto se l’art. 12 comma 6 del D.L. 16/2012 fosse stato considerato, avrebbe risolto, come indicato nella richiamata ordinanza interlocutoria, nell’immediatezza la controversia. Non solo, ma l’applicazione di detta norma, anche in ragione del suo contenuto, era di immediata percezione ed applicazione.

Ebbene, tale errore della Corte, realizzando un palese contrasto tra la realtà oggettiva (esistenza della legge) e quella posta a fondamento della decisione (inesistenza di uno specifico atto normativo), integra senza dubbio gli estremi dell’errore di fatto revocatorio, di cui all’art. 395, comma 4 cp.c.

Come già ampiamente evidenziato tale norma di legge è stata approvata nel 2012 al precipuo fine di regolare la questione controversa relativa al tasso di interesse, alla misura dell’anatocismo e alla decorrenza degli interessi tra le parti in causa, come chiaramente evidenziato nella motivazione della richiamata ordinanza di codesta Corte di cassazione n. 4801/2014, che ha evidenziato la natura retroattiva e di diretta applicabilità della stessa norma alla controversia in questione. Diversamente non sarebbe stato possibile rinviare in via pregiudiziale la questione della verifica della norma ai principi Comunitari, fattispecie peraltro non contestata dalla stessa Cassazione nella sentenza n. 9887/2016.

E’ la stessa Suprema Corte che nella richiamata ordinanza interlocutoria ha affermato “Nessun dubbio sussiste, poi, sulla rilevanza della questione poiché, ove linterpretazione delle norme comunitarie fosse tale da non comportare l’obbligo di disapplicazione, la controversia per cui è causa dovrebbe essere regolata dall’art. 12 comma sesto del DL n. 12/2012.”

Non solo, quindi, la Corte ha errato nel dichiarare “l’inesistenza” di un atto normativo in tema di capitalizzazione degli interessi idoneo a “vincolare la volontà dello Stato”, ma, sempre in via di fatto, ha errato nell’affermare che il Ministero, con la memoria del 2013, non avesse già necessariamente determinato l’ingresso all’interno dello stesso processo della normativa superveniens.

A tal proposito si ricorda che la Cassazione con sentenza n. 4512/2011, rifacendosi anche alle precedenti sentenze del 3 e 4 gennaio 2011, n. 65 e n. 80, ha ribadito che al fine di applicare alle cause, che siano già in corso dinanzi alla Cassazione, una norma intervenuta successivamente alla proposizione del ricorso che abbia introdotto con efficacia retroattiva una nuova disciplina del rapporto controverso è necessario, da un lato, che la norma sopravvenuta sia pertinente rispetto alle questioni oggetto di impugnazione, e dall’altro che il motivo del ricorso investa, anche indirettamente, il tema coinvolto dalla normativa sopravvenuta, oltre ad essere sussistente, deve anche essere ammissibile secondo le ordinarie regole.

Si rammenta, infine che la giurisprudenza ha più volte affermato che una nuova legge retroattiva deve essere applicata dalla Corte nei processi in corso anche qualora sia intervenuta dopo la notifica del ricorso per Cassazione e quindi senza che il ricorrente abbia potuto formulare uno specifico motivo di ricorso, in quanto anche la Corte di Cassazione deve applicare il principio iura novit curia. ( cfr. Cass., 8 maggio 2006, n. 10547, Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 27-10-2016, n. 21691).

  1. II) Richiesta di provvedimento ex art. 363 c.p.c. applicazione del principio di effettività.

Qualora nella denegata ed assurda ipotesi codesta Ecc.ma Corte di Cassazione non intenda accogliere la richiesta di revocazione della sentenza n. 9887/2016, si chiede che codesta Ecc.ma Corte di Cassazione affermi il principio di diritto ex art. 363 c.p.c..

Come è stato rappresentato nella presente trattazione la sopravvivenza della sentenza in questa sede in contestazione, determinerebbe una chiara violazione del principio di effettività, che verrebbe a determinare un danno diretto dei ricorrenti che in buona fede e facendo pieno e diretto affidamento della previsione contenuta nell’art. 12 comma 6 del D.L. n. 16 del 2012, hanno rinunciato ad un giudizio pendete presso il Tribunale Civile di Roma, hanno accettato a titolo transattivo un valore di gran lunga inferiore a quanto fissato dalla CTU disposta dal Tribunale civile di Roma nel giudizio 29111/04, accettando proprio in ragione della richiamata norma, un valore pari al 33% della perizia stessa. Ora detta loro prerogativa viene a compromettersi in ragione della sentenza della Corte di Cassazione 9887/2016 che fa cadere nell’oblio detta norma, in ragione di un abbaglio privo di giustificazione, atteso il chiaro contenuto della sua precedente determinazione contenuta nella richiamata ordinanza interlocutoria n. 4801/2014 di codesta Suprema Corte di Cassazione.

In atri termini, la Corte di Cassazione in sede di pronunciamento cui alla sentenza 9887/2016, era perfettamente a conoscenza dell’esistenza della norma contenuta dal comma 6 art. 12 D. L. n. 16/2012, ma al tempo stesso ha  affermato che non vi erano norme nell’ordinamento che potessero confermare l’obbligo dell’amministrazione al pagamento di un tasso di interesse capitalizzato. A detto abbaglio deve essere posto rimedio. Invero, non solo si avrebbe una pronuncia in diretto contrasto con una norma vigente ed esistente nell’ordinamento, ma, come stato chiarito nel presente atto, verrebbe a ledere i diritti degli attuali ricorrenti in via surrogatoria, che hanno sottoscritto un accordo transattivo che traeva proprio la sua provvista dal contenuto di detta norma.

Di qui la richiesta di intervento cui all’art. 363 c.p.c..

Invero, in ragione della funzione di nomofilachia della Corte di Cassazione, questa, «quale organo supremo della giustizia», ha comunque, il compito, ai sensi dell’art. 65 r.d. 30 gennaio 1941, n. 12, di assicurare «l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale», ciò anche a tutela del principio di uguaglianza, dell’affidamento, della «coerenza» e della «certezza dell’ordinamento giuridico». Diversamente opinando ci troveremo di fronte alla piena violazione del principio di effettività.

Invero codesta Corte di Cassazione ha qualificato il principio di effettività come regola-cardine dell’ordinamento costituzionale, volto ad assicurare il diritto «ad un rimedio adeguato al soddisfacimento del bisogno di tutela di quella… unica e talvolta irripetibile situazione sostanziale di interesse giuridicamente tutelato» (Cass. 27 giugno 2013, n. 21255).

Del resto il principio di effettività è correlato con quello di affidamento proprio del cittadino che si affida alle previsioni dell’ordinamento e sulla base del quale adegua le proprie azioni e comportamenti.

Nel caso in questione emerge con tutta evidenza la situazione di sbilanciamento che si verrebbe a determinare con palese violazione dell’art. 24 cost., atteso che i ricorrenti non avrebbero più alcun rimedio per poter ottenere una adeguata tutela, atteso che il contenuto della sentenza n. 9887/2016, assumerebbe una valenza del tutto discriminatoria ed irragionevole. Invero gli stessi, avendo confidato sull’esistenza della previsione normativa (art. 12 comma 6 d.l. n. 16/2012) che andava definitivamente a regolare una fattispecie controversa, hanno accettato di definire un accordo transattivo che permetteva di dare certezza alle proprie aspettative, con la concessione della riduzione delle proprie pretese.

Ne consegue che qualora codesta Ecc.ma Corte di Cassazione non intendesse revocare la sentenza n. 987/2016, dovrà in ragione delle richiamata normativa fissare un regola iuris che deve rendere compatibile detto pronunciamento contenuto nella sentenza n. 9887/2016, con gli incomprimibili diritti dei ricorrenti in ragione dell’espresso contenuto dell’accordo transattivo dagli stessi sottoscritto rendendolo di conseguenza eseguibile da parte dell’amministrazione in ragione del richiamato contenuto legislativo cui all’art. 12 comma VI del D.L. n. 16/2012, costituendo quest’ultimo  l’unico presupposto normativo sulla base i ricorrenti intendono ottenere l’esecuzione dell’obbligazione definita nei confronti della P.A. con l’accordo transattivo e comunque non avrebbero alcuna altra alternativa in ordine all’esecuzione della transazione stessa, avendo, come detto, rinunciato al giudizio e sul quale il Tribunale civile di Roma si è espresso con sentenza disponendo la cessazione della materia del contendere.

CONCLUSIONI

Si chiede, pertanto, che in accoglimento del ricorso proposto ai sensi dell’art. 391 bis c.p.c., per revocazione della sentenza n. 9887/2016, la Corte ne disponga la revocazione ai sensi dell’art. 395 cpc per i motivi indicati nel presente ricorso e, decidendo nel merito la Controversia, stabilisca che la determinazione e la liquidazione degli interessi avvenga. in conformità dellart. 12 comma 6 del D.L. n. 16/12, convertito in L. n. 44 del 2012 con l’eventuale richiesta di cessazione della materia del contendere per intervenuto ius superveniens, ovvero  in via meramente subordinata rinvii la decisione della causa, sulla base del principio di diritto predetto, ad altra Sezione della Corte di Appello di Roma.

In via ancora meramente subordinata anche ai sensi dell’art. 363 c.p.c. affermi codesta Corte di Cassazione il principio di diritto che vada a regolare i rapporti sottostanti a detta controversia tra Amministrazione delle Politiche agricole e gli attuali ricorrenti. Con ogni consequenziale pronuncia in ordine alle spese.

Roma, 26 giugno  2017                                                           Avv.

 

 

Ai fini del pagamento del contributo unificato il presente giudizio è da intendersi di valore indeterminato.

Avv.

 

Si producono i seguenti documenti:

1.- Sentenza della Corte di Cassazione 9887/2016 sentenza impugnata

2.- Ordinanza interlocutoria della Corte di Cassazione n. 4801/2014

3.- Sentenza Corte di Giustizia

4.- Accordo transattivo

5.- DM 9 dicembre 2010

 

Avv.

 

 

[1] Il decreto ministeriale riporta nelle premesse la sentenza della Suprema Corte di Cassazione Sez. Un. n. 16504 del 15 luglio 2009 secondo la quale,  la gestione degli ammassi svolta dalla Federconsorzi rientra nella contabilità separata dello Stato e quindi gli eventuali crediti non sono caduti nella liquidazione del concordato della Federconsorzi, ma sono rimasti nella disponibilità della Federconsorzi in bonis (giurisprudenza confermate dalle sentenze della Cass. SS.UU. nn. 9589/12 e 9590/12).

[2] Comma 6 dell’art. 12 D.L. n. 16 del 2012 “I crediti derivanti dalle gestioni di ammasso obbligatorio e di commercializzazione dei prodotti agricoli nazionali, svolte dai consorzi agrari per conto e nell’interesse dello Stato, diversi da quelli estinti ai sensi dell’articolo 8, comma 1, della legge 28 ottobre 1999, n. 410, come modificato dall’articolo 130 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, quali risultanti dai rendiconti approvati con decreti definitivi ed esecutivi del Ministro dell’agricoltura e delle foreste e registrati dalla Corte dei conti, che saranno estinti nei riguardi di coloro che risulteranno averne diritto, nonché le spese e gli interessi maturati a decorrere dalla data di chiusura delle relative contabilità, indicata nei decreti medesimi, producono interessi calcolati: fino al 31 dicembre 1995 sulla base del tasso ufficiale di sconto maggiorato di 4,40 punti, con capitalizzazione annuale; per il periodo successivo sulla base dei soli interessi legali”.